[Oria 14 Agosto 814 - ivi c.a fine del secolo IX] eletto vescovo, si distinse subito per la sua profonda religiosità e per la sua attività pastorale, tali da ritemprare in poco tempo la fede e la moralità del clero e del popolo. Nel 881 Teodosio indisse un Sinodo per puntualizzare le norme canoniche e i principi della fede cristiana.
Ai Santi Crisante e Daria, martiri romani, i cui corpi egli aveva portato con sé da Roma, prezioso dono del Pontefice, egli dedicò la chiesa ipogea posta sull'acropoli. A San Barsanofio dedicò l'antica laura basiliana di S. Antonio Abate, fuori la Porta degli Ebrei. A San Leucio innalzò un tempio a Brindisi proprio sul posto dove questi era stato seppellito sin dalla sua morte.
Oltre che "costructor" di templi e grande riformatore della chiesa oritana, Teodosio è ricordato dagli storici anche come diplomatico per gli alti incarichi di carattere politico, che i papi del tempo gli affidarono: inviato da Papa Adriano II in qualità di capo di un'ambasceria a Costantinopoli per trattare con l'imperatore d'oriente su importanti questioni religiose, mentre da Papa Stefano V a Taranto affinché invitasse lo stratega bizantino a non intervenire più nei fatti religiosi della chiesa cattolica di quella città.
[Oria c.a 913 - Crimea (oriente) c.a 983-86] figlio della comunità ebraica, a quattordici anni fu iniziato agli studi e divenuto adulto girò per città e paesi chiamato da principi ed autorità politiche e religiose, sia per la fama delle sue opere dottrinarie che delle sue straordinarie conoscenze scientifiche in medicina e in farmacologia.
Esperto di astrologia, farmacologia, medicina, teologia e filosofia, Shabbataj scrisse molte opere, tra cui il "Sefer ha Hakar" (opera di farmacologia), il "Sefer Yesirah", il "Hammazaloth" (Libro delle Costellazioni), il Commento alla Baraita e il Commento al libro della Creazione, il suo capolavoro.
[Oria 1508 - ivi 1575] dopo aver dimorato in Bologna per perfezionarsi nelle Lettere e nelle Scienze, nella Teologia e nella Giurisprudenza se ne tornò in Oria dove insegnò presso i Conventi dei Celestini e dei Francescani.
Si trasferì a Roma dove entrò in contatto con gli Uomini più illustri sotto il pontificato di Paolo III, mentre rientrato ad Oria fu Vicario dell'arcivescovo Giancarlo Bovio.
Stanco dei contrasti con le autorità, Q.M. Corrado si trasferì prima a Salerno poi a Napoli presso il palazzo del Cardinale Carafa ottenendo così da Papa Gregorio XIII la carica di Arcidiacono della Cattedrale di Oria. Morì di febbre violenta.
[Napoli 1517 - Vistola 24 Marzo 1597] nel 1536, divenne Marchese di Oria, Francavilla, Casalnuovo e dei Casali e dei Castelli di Monteverde, Romatizza, Gallana. Discepolo di Q. M. Corrado, fu umanista di grandissima cultura, scrittore lodato e ricercato da artisti e letterati tra i più famosi del tempo. A Napoli si scontrò con il Vicerè Don Pedro di Toledo per cui se ne venne nel castello di Oria. Anche qui venuto a diverbio con l'Arcivescovo F. Aleandro e sentendosi pendere sul capo le minacce dell' Inquisizione, nel 1544 riparò nel castello di Francavilla F. e nel 1556 fuggì a Venezia. Alla notizia della fuga, Filippo II, ne ordinò la confisca dei beni.
Da quel momento, spinto anche dalla smania di viaggiare, egli passò in Francia, in Transilvania, in Turchia, in Moldavia, dopo una sosta in Inghilterra se ne tornava definitivamente in Europa, quando la nave che lo trasportava naufragò nella Vistola in Polonia vivendo qui gli ultimi anni di vita in grande povertà.
[Oria Agosto 1638 - ivi 29 Gennaio 1685] avviato allo studio delle lettere latine e greche in patria raggiunse Salerno per addottorarsi nella Scienza medica. Dopo aver esercitato la medicina a Napoli, con successo e fama, ritornò a Oria dove fu sempre apprezzato per la sua bravura e per l'efficacia delle sue cure.
D.T. Albanese fu anche uno stimato umanista e soprattutto uno storico perché si cimentò nella realizzazione della "Historia dell'antichità di Oria", un'opera, come molti critici ritengono, essenzialmente riuscita, nonostante il discorso storico non sia sempre omogeneo.
Questa opera ci è pervenuta grazie al dotto vescovo Alessandro M. Kalefati (1726-1794) che recuperò l'autografo dalla biblioteca del marchese Imperiali di Latiano e la fece trascrivere in varie copie autotentiche, una delle quali si trova nella Biblioteca comunale "De Pace- Lombardi".
[Oria 16 Novembre 1725 - Roma 7 Marzo 1798] visse fino all'età di nove anni a Oria, quando fu mandato a studiare, le "Belle Lettere", presso suo zio a Padova.
Dopo sette anni fuggì da Padova, vagabondando da Bobbio a Milano, da Roma a Napoli, intraprese un viaggio per la Francia che interrompe per mancanza di fondi e fu costretto a tornare a Oria, si trasferisce a Gallipoli dopo aver sposato Teresa Muzio nobildonna di quella città, nel 1761 si stabilì a Roma.
Qui si appassionò all'architettura e iniziò a produrre quelle opere che faranno di lui il genio poliedrico, odiato e amato. Fu il primo a creare la "metafisica dell'architettura"; pubblicò "I principi di Architettura Civile", "L'arte di vedere nelle belle arti", "Roma nelle belle arti del disegno", Le vite dei più illustri Architetti", "Il Dizionario delle belle arti", "Ristretto della Matematica del Lacaille", "Compendio dell'Astronomia di Bailly" ed altre opere di Botanica, di storia Naturale, di Economia Pubblica e varie traduzioni, fu anche caposcuola e teorico del Neoclassicismo e fu alla direzione delle Arti come Sovrintendente in Roma.
[Bari 26 Giugno 1726 - Oria 30 Dicembre 1794] trascorse la sua fanciullezza a Bari, completò gli studi a Napoli ottenendo riconoscimenti ed elogi in particolare nel campo della teologia, della filosofia, della letteratura e dell'archeologia. Dopo aver ricoperto prestigiosi incarichi nel 1780 egli fu nominato Vescovo della chiesa di Potenza.
Declinata la nomina per dedicarsi alle attività letterarie e accademiche rimase a Napoli fino al 1781 quando accettò la cattedra di Oria.
Il K. prese possesso della sua diocesi il 7 giugno del 1783 e nello stesso anno iniziò le Visite pastorali che terminarono nel 1785. Mostrò il suo amore per le cose sacre e la sua devozione in ogni momento del suo mandato episcopale, restaurando Chiese, inventariando oggetti e documenti, autenticando reliquie e immagini sacre. Arricchì la cattedrale di Oria con il coro ligneo, gli stalli dei canonici, il seggio per i solenni pontificali e quattro grandiosi candelieri di bronzo. Da studioso pensò alla realizzazione di un Museo.
Nulla rimane dei suoi saggi e delle sue opere letterarie, giacchè dopo la sua morte tutti i suoi libri e documenti furono trafugati dai ladri, mentre, in nave venivano trasportatati da Taranto a Napoli.
[Lukoviz 30 Dicembre 1732 - Oria 1802] condotto all'eta di appena sedici mesi in Oria, dove il padre, militare austriaco, prestava servizio, dimorarono nella casa dell'Arcidiacono Papatodero. Il padre trasferito a Bitonto per fermare l'avanzata degli Spagnoli, morì insieme alla moglie nel sanguinoso scontro del 25 maggio 1734.
Divenuto orfano, venne adottato da Giuditta la sorella di Papatodero, purtroppo anche lei morì presto, per cui il piccolo G.M., che nel frattempo aveva assunto il cognome di "Papatodero", divenne erede di tutti i suoi beni.
Avviato alla carriera ecclesiastica dall'Arcidiacono Papatodero prese gli ordini sacri, distinguendosi ben presto come professore del Seminario Diocesano di Oria con grande profitto degli alunni. Appassionato allo studio dell'archeologia grazie a monsignor Kalefati, il Papatodero si dimostrò all'altezza del compito, allorché il Vescovo istituì un interessante e ricco Museo archeologico.
Oltre a questo impegno di ricerca archeologica, si dedicò pienamente all'insegnamento di Retorica, Filosofia, Diritto, Teologia e Morale. Spinto dal kalefati a scrivere un'opera storica su Oria, "La fortuna di Oria", una vera miniera di notizie storiche e di dissertazione filologiche e scientifiche, frutto dei suoi lunghi e appassionati studi e ricerche sul territorio.
[Oria 29 Marzo1738 - Napoli 4 Novembre 1836] Rimasto orfano del padre divenne paggio di Michele Imperiali, Principe di Francavilla F. e Marchese di Oria, che lo condusse a Napoli. Appena diciassettenne, entrò nella Congregazione dei Celestini, nel convento di Oria. Fu chiamato dal padre generale De Leo nella residenza napoletana di S. Pietro in Maiella, dove perfezionò gli studi di Matematica, di Astronomia e di Filosofia.
Non volle mai prendere l'ordine sacerdotale, dopo la soppressione degli ordini si stabilì a Napoli dove diede alle stampe molte sue opere che gli diedero successo e fama, tra cui "Il Cuoco galante", "Del Cibo pitagorico ovvero erbaceo per uso de' nobili e de'letterari, opera meccanica dell'oritano Vincenzo", "La filosofia degli agrumi", "La manovra della cioccolata", "I pranzi Giornalieri", "Il trattato delle patate per uso di cibo", "Raccolta di poesie baccanali", ecc.
[Oria 4 Dicembre 1747 - ivi 28 Agosto 1801] prese gli ordini nel seminario Diocesano di Oria dove studiò le Lettere italiane, latine e greche e Teologia. Tenne per molti anni, in questo seminario, l'insegnamento di teologia e di Diritto canonico. Fu un letterato e poeta, scrisse "Collectio variarum dissertationum","Institutiones de arte rethorica libri quatuor et appendice de inventione", fu lui che dettò i bellissimi distici latini sullo stemma di Oria.
Lasciò inedite le seguenti opere: "Trattato di Teologia dommatica e morale in latino", "Collezione di Casi di coscienza, colle soluzioni in latino", "Poesie italiane, latine e greche", "Dissertazione varie in latino sul Diritto Canonico".
[Oria 5 Febbraio 1764 - ivi 1 Novembre 1840] prese gli ordini nel seminario di Oria, dove insegnò filosofia e matematica. In occasione del concordato tra la S. Sede ed il governo dei Borboni si decise di restringere il numero delle diocesi Vescovili nel Regno. Fu in quella occasione che il canonico F.S. Scarciglia si interessò per evitare la soppressione del vescovado di Oria. Scrisse le seguenti opere: "L'Agnomonica" , "L'Arte Eucaristica", "Compendio dellafortuna di Oria del Papadotero", "Quaresimali - Panegirici - Diverse Monografie".
[Oria 10 Agosto1773 - 16 Luglio 1863] prese gli ordini nel seminario di Oria dove studiò la lingua ebraica, la fisica, la matematica, il diritto Canonico, la Dommatica e la Morale. Nel 1798 si recò in Napoli, dove nella Regia Università, prese due lauree una in Teologia e l'altra in Diritto.
Ritornato a Oria divenne professore in questo seminario, sotto la direzione di Papatodero si approfondì nella Storia antica, Ebraica, Greca e Latina divenendo Archeologo e Numismatico.
Fu un uomo umile e di grande bontà, fondò a sue spese il Ritiro delle Orfane dell'Immacolata nell'ex convento dei Domenicani. Concorse all'erezione della biblioteca comunale, donando i suoi libri, fra i quali molti volumi pregevoli e di rate edizioni.
Scrisse le seguenti opere: "Dissertazione storico-critica sulla vita e sul martirio dei SS. Martiri Crisanto e Daria ", edita dai Bollandisti, "Annotazioni e commenti alla Fortuna di Oria del Papatodero, con cenni cronologici sul Vescovado Oritano", "Dissertazioni Teologiche, e di Diritto Canonico", "Casi morali e soluzioni", "Monografie - Sul sito di Rudia, patria di Ennio - Sull'Alfabeto Messapico - Sul sito dell'antica città di Muro nell'antica messapia", "Della protezione del celebre oratore Marco Tullio Cicerone sulla città di Oria", "Vari scritti di Numismatica, di cronologia e di Archeologia", "Poesie italiane, latine e greche".
[Oria 19 Luglio 1809 - ivi 13 Febbraio 1893] studiò nel seminaro di Oria e dopo aver preso gli ordini si recò a Roma e poi a Napoli per approfondire i suoi studi. Andò a Bari dove per due anni insegnò la lingua latina. Ritornato a Oria divenne prima professore di lettere italiane e latine. Il vescovo monsignor Guida lo promosse al canonicato di questa cattedrale e monsignor Margarita al canforato mentre monsignor Montefusco lo volle convisitatore nella S. Visita della Diocesi.
Nel tempo, in cui lo scisma dal 1862 per quasi tre anni dilaniò questa Diocesi il Papa Pio IX elevò il De Angelis alla carica di apostolico nella Diocesi Oritana comportandosi con coraggio e fermezza. L'arcidiacono pubblicò una dotta grammatica latina, vari opuscoli sullo scisma Oritano, ed un volume in difesa del potere temporale dei Papi.
Lasciò inedite "Lezioni di teologia dommatica e morale", "Direttorio mistico", Commenti sulla cantica dell'Apocalisse, e su altri libri della sacra scrittura", "Dissertazioni sulla lingua primitiva e su i primi alfabeti" e vari opuscoli di cronologia e di filologia, e molte monografie di diverso genere.
[Nardò 5 Marzo 1801 - Oria 13 Novembre 1873] dopo un percorso di studi presso il seminario di Nardò il de Pace decise di aggregarsi all'ordine dei frati minori conventuali di Oria, percorse l'anno del noviziato, il 26 Aprile del 1828 prese i voti e nel 1829 fu ordinato sacerdote.
Nell'arco della sua vita fu maestro dei novizi prima in Bitonto e poi in Oria, professore di teologia, dal provinciale Gigli fu prescelto a segretario di S. Visita nella provincia di Napoli e dal provinciale Spagnuolo a visitatore delegato dei conventi di Veglie e Copertino.
Il 14 gennaio 1851 in Roma fu decorato col titolo di padre maestro in sacra teologia e diffinitore perpetuo nella Serafica provincia di S. Nicola.
Il de Pace curò la ristampa dell'intera opera "La fortuna di Oria" del canonico Papatodero, che vide la luce nel 1866. Nel 1864 il de Pace previo permesso dei suoi superiori dell'ordine donava al Municipio di Oria oltre 3000 volumi per installare una pubblica biblioteca. Il 9 Marzo 1865 il municipio Oritano conferiva al padre maestro de Pace la cittadinanza Oritana, e lo nominava Bibliotecario a vita.
[Oria 23 Febbraio 1819 - ivi 10 febbraio 1896] terzogenito di Pasquale e di Gaetana Vita di Veglie, nel 1838 si arruolò nella Guardia d'Onore in Terra d'Otranto e, nel 1841 si trasferì a Napoli per frequentare gli studi giuridici. Una volta nella capitale del Regno delle Due Sicilie, egli entrò nella grande conversazione ideologica italiana ed europea e diede inizio alla sua avventurosa storia di "liberale temerario mazziniano". Il 6 Luglio 1856, a Napoli sposò Nicoletta Leanza dalla quale ebbe nove figli. Nel volume "Un attendibile: Camillo Monaco" il figlio, Attilio Monaco parla del padre come un patriota nel contesto del movimento risorgimentale salentino e nazionale, che mirava all'indipendenza e a un regime di libertà, fortemente ispirato al pensiero e all'azione di Giuseppe Mazzini e riporta alcuni particolari delle "persecuzioni" e delle "angherie" poliziesche subite da C. Monaco.